Porto dentro il cuore

come uno scrigno troppo pieno per chiudersi,

tutti i luoghi dove sono stato,

tutti i porti a cui sono arrivato

tutti i paesaggi che ho visto da finestre ed oblo’,

o da casseri, sognando,

e tutto questo, che e’ molto, e’ poco per quel che voglio.

F.Pessoa

venerdì 29 gennaio 2010

Yad Vashem ("un posto, un nome")



Non so come presentare l'Historical Museum of the Holocaust and Heroism: il tema della Shoa ho già avuto modo di affrontarlo nei miei viaggi passati e quindi in fondo è un tema già elaborato.
Senza voler minimizzare lo sterminio nazista degli ebrei, confesso che la cosa che più mi ha colpito durante la visita è stato il complesso museale in se, con i suoi edifici dalle forme curiose e avveniristiche e il suo essere molto “coreografico”, piuttosto che dal suo allestimento interno.
Lo Yad Vashem  è un vasto complesso che comprende diversi edifici e monumenti sparsi su 18 ettari della Collina del Ricordo; il corpo centrale è un edificio lungo 180 metri il cui disegno triangolare rappresenta la metà inferiore della stella di David, a rappresentare la metà della popolazione ebraica sterminata dalla follia nazista.
Entrati dentro l'edificio principale, si attraversano molte sale sotterranee con fotografie, reperti, opere d'arte, postazioni multimediali con le testimonianze dei sopravvissuti. Ci sono anche delle installazioni con le carrozze ferroviarie che portavano i dannati ai campi di concentramento, libri e oggetti personali... tutto ha un fortissimo effetto emotivo sul visitatore.
Il percorso è lungo e descrive l’evoluzione del progetto nazista di sterminio. Sono molto impressionanti alcuni giochi da tavolo antisemiti, tipo “gioco dell’oca”, con caricature e stereotipi dell’ebreo avaro e con l’aspetto maligno.
L'edificio ha un'architettura particolare: man mano che ci si avvicina all'uscita, le pareti si allargano e gli ambienti diventano meno oppressivi, per poi provare un reale senso di liberazione quando ci si approssima all'uscita e l'edificio si apre sul panorama delle colline della Giudea e si può tornare alla vita.
Poco prima di uscire e liberare la testa dalle tante cose brutte viste poco prima, è possibile visitare la Sala dei Nomi, quella famosa stanza piena di foto e scritti che è forse il simbolo di questo luogo: qui infatti sono conservate le Pagine dei Testimoni, i fogli scritti da amici e parenti delle vittime dell’Olocausto (finora ne sono stati raccolti tre milioni). Al centro della sala c’è un enorme buco col fondo pieno d’acqua ed esso vuole rendere onore alle vittime di cui non si sapranno mai i nomi. 
  

Un Altro spazio alquanto emozionante è il Monumento Commemorativo ai Bambini: scavato dentro la roccia, è un cupo monumento sotterraneo che contiene una fiamma solitaria che si riflette all’infinito in centinaia di specchi e voci registrate leggono i nomi del milione e mezzo di  bambini ebrei morti nell’Olocausto.

 

Nello Yad Vashem l’Italia compare fortunatamente poco e naturalmente dalla parte sbagliata della storia: fortunatamente non tutti gli italiani di allora erano rincoglioniti, e alcuni individui (come Giorgio Perlasca ed altri 391 italiani meno noti), permettono a noi italiani di levarci un po' di sporcizia di dosso e dalla coscienza.
Ho un po' gironzolato per il Viale dei Giusti, un sentiero particolare in cui ogni albero è dedicato ai "gentili" che rischiarono la vita per salvare gli ebrei. Gli alberi (e quindi i Gentili) sono moltissimi e mi sembra di aver capito che nello spazio verde di questo museo ci sia un albero per ogni ebreo perito durante la persecuzione nazista.

sabato 23 gennaio 2010

Betlemme

Penso di essere uno dei pochi visitatori di Betlemme che non parlerà (troppo) della Basilica della Natività, non tanto perchè non ci sia stato (una visita veloce per marcare presenza l’ho fatta) quanto per il fatto che ho rapidamente alzato i tacchi quando, dopo essere passato attraverso la sua minuscola e curiosa entrata (la Porta dell’Umiltà), ho impattato contro una interminabile fila eccitata e rumorosa di pellegrini in attesa di entrare nella Grotta della Natività.
La basilica è la chiesa più antica tuttora in funzione, voluta nel 326 d.C. Da Elena, madre di Costantino, che non è nuova a queste iniziative, infatti l’ho già citata nel blog quando vi parlavo della Basilica del Santo Sepolcro.
Poco sontuosa e con tetto di legno, questa antica chiesa colpisce per la sua semplicità, pochissimi pomposi arredi tipici della religione cattolica; sgomitando con giudizio, è possibile avvicinarsi ad un’apertura sul pavimento da cui è possibile ammirare un piccola porzione degli antichissimi mosaici che abbellivano il pavimento e che si sono persi nei secoli.

Questo è tutto quello che posso raccontare di questo luogo: troppa la confusione, troppo poca la mia sopportazione, così sono sgattaiolato via attraverso una piccola porticina laterale e, passando per l'adiacente chiostro francescano di epoca crociata, sono tornato alla grande piazza Mager Square (Piazza della Mangiatoia) che mi ha colpito più per l’enorme albero “pendente” che per la Basilica o la Moschea che fanno da cornice alla piazza.
Dopo aver aspettato pazientemente che l’omino mi servisse, ho comprato dei semi di zucca tostati (che ho capito dopo un bel po’ che potevo mangiarmeli con tutto il guscio e non dovevo impazzire per aprirli coi denti) e mi sono avventurato per le strade di Betlemme.

Apro una piccola parentesi.
Nel limite del possibile, provo a fare il viaggiatore con le mani in tasca: guida e macchina digitale infilati nei tasconi dei pantaloni e basta, un po’ per dare meno nell’occhio (che non è mai male) e un po’ per sentirsi “uno di casa” e confondermi maggiormente con le persone del posto (lo so, questa cosa suona probabilmente come una pippa mentale, ma mi fa sentire a mio agio!). Chiusa parentesi.


Con i miei semini ho gironzolato per le strade quiete popolate solo da palestinesi e, cosa gradita, pochi turisti. La città non mi ha dato particolari emozioni, ma ho apprezzato moltissimo il suq pieno di merce e di botteghe e il clima generale di tranquillità delle sue strade, sensazione probabilmente conseguenza del caos dentro la Basilica.


Una cosa mi ha colpito, i manichini femminili mascherati o decapitati che era facile vedere dalle entrate dei negozi di abbigliamento. La spiegazione che mi è stata data, non mi convince proprio: lo scotch colorato appiccicato sugli occhi dei manichini porta su scritto il nome del negozio e sarebbe quindi una forma di pubblicità... giustificazione datami da un negoziante a cui l’ho chiesto esplicitamente. Uhm... non lo so, ne ho visti troppi ed altri addirittura senza testa, tagliata via e non così di fabbrica... e solo di manichini di donne dalle forme slanciate e armoniose come delle modelle. Forse penso male, ma credo fosse una forma di censura, forse religiosa non so, ma è un’opinione che mi son fatto ma che non ha avuto alcuna conferma.
Nel tornare verso la piazza della mangiatoia, sono finito inevitabilmente nella rete di un venditore di souvenir che ha insistito molto affinché dessi un’occhiata al suo negozio e così ho dovuto ricorrere al solito stratagemma per visitare il negozio ma non comprare niente: è sufficiente far scattare la sana e cameratesca solidarietà tra maschi, ovvero, dire che si è sposati e che la moglie è in giro per la città a fare acquisti ed io, il marito, non ho i soldi per comprare niente e faccio fare tutto a lei. Credete che sia un’idiozia??? invece funziona spessissimo! Il ragazzo s’è fatto una ghignata e mi ha voluto a tutti i costi regalare due piccoli anelli e mi ha salutato con una pacca sulla schiena e una gioiosa risata.

domenica 17 gennaio 2010

Hebron


Se non fosse per la militarizzazione della città e la possibilità concreta di vedere la politica repressiva (e forse paranoica) dell’esercito israeliano, Hebron in sé non suscita particolari entusiasmi.
Fin dall’inizio del viaggio in Israele, lo spettro della visita a questa città ha suscitato inquietudine nel nostro tour leader (il maestrino con la borsa rossa): arrivare con un pulmino con targa gialla (israeliana) e dover trasbordare su taxi con targa verde (palestinese) per limitare la possibilità di essere bersagli di sassaiole (se non peggio), avrebbe un po’ inquietato anche me. Ammetto di essere stato scettico fin dall’inizio, pensando che questa politica allarmistica avrebbe aumentato il livello di “avventura” per nostra occidentale soddisfazione; invece, Hebron è realmente una città zeppa di militari armati, garitte, torrette con soldati e fucili, tetti pieni di cecchini che, fortunatamente, il giorno della nostra visita gironzolavano sornioni senza considerarci molto.
Ora vi spiego il perché di questa situazione e proprio qui.
Dimenticavo di dire che Hebron sorge nel West Bank, ovvero in Cisgiordania e quindi in territori palestinesi.
Ufficialmente, la città è palestinese ma esiste un luogo che è sacro ad entrambe le comunità e pure ai cristiani: parlo delle Moschea di Ibrahimi o Grotta di Macpela, luogo che ospita le tombe di Adamo, Eva, Abramo, Isacco, Giacobbe e delle rispettive mogli.
La presenza delle Tombe dei Patriarchi e su chi dovesse vegliarle fin dal 1948 ha contrapposto duramente musulmani ed ebrei, spingendo anche dei fanatici a compiere azioni orribili, come fece Goldstein, ebreo di origine americana, che nel 1994 appena varcate le porte della Moschea di Ibrahimi aprì il fuoco sui musulmani inginocchiati in preghiera che gli volgevano la schiena e uccise 29 persone.
Per non peggiorare la situazione, i coloni ebrei che si sono stabiliti illegalmente nella città di Hebron (nonostante fosse stata costruita un’apposita colonia fuori della città) sono radicali ultraortodossi che sistematicamente provocano la popolazione araba gettando addirittura la loro spazzatura sopra le vie dei mercati arabi facendo schizzare ogni volta la tensione alle stelle. Il governo Israeliano, avendo tacitamente accettato la presenza in Hebron di questi ebrei radicali ha trovato alcune semplici soluzioni per tranquillizzare la situazione: 6 militari armati come terminator per ogni colono e reti metalliche sopra le vie arabe per impedire che la “rumenta” colpisca qualcuno sulla testa. La città è fisicamente separata in parte ebraica e parte palestinese ed i punti di passaggio sono presidiati come se ci fosse la guerra e le zone confinanti sono state o spianate coi bulldozer e adornate con filo spinato, oppure ci hanno piazzato cecchini col fucile senza la sicura inserita.
Ma entriamo un attimo nella moschea, iniziando dalla parte musulmana, dove per accedere bisogna socializzare con un metal detector e sopportare i modi rudi e sgarbati del soldato israeliano che ti infila le mani dappertutto.

(per le donne è obbligatorio indossare una specie di saio)

All’interno mi colpisce la tranquillità e la quiete: qualcuno legge seduto sui tappeti, altri chiacchierano e sono un po’ stupito perchè basta voltarsi per vedere l’ombra che si allunga sul pavimento del militare all’ingresso. Da alcune finestre è possibile vedere i cenotafi dei patriarchi e se ci si contorce un po’ col collo è possibile scorgere anche la sinagoga a pochi metri, anche lei provvista di una finestra per vedere LA STESSA TOMBA.
Quella di Abramo mi colpisce particolarmente, perchè accanto alla tomba è stato montato un vetro antiproiettili...... guarda un po’ la foto...

(Cenotafio di Abramo visto dalla moschea a sinistra e dalla sinagoga a destra)

In realtà, le vere tombe di Abramo e Sara, del figlio Isacco e Giacobbe sono nella grotta sottostante a cui è possibile accedere attraverso un piccolo passaggio; secondo la tradizione, Abramo acquistò questa grotta quando Dio gli rivelò che vi erano sepolti Adamo ed Eva.... mah....
Passiamo alla parte ebraica della moschea che non riserva alcuna sorpresa e non è severamente controllata come quella musulmana. É piccola, si capisce che è un ambiente un po’ improvvisato, alcune stanze sono riempite con mobilio su cui svetta la stella di David, ma alle cui pareti sono affrescati versi del Corano. Vado a vedere la tomba di Abramo per vedere il vetro antiproiettili da un’altra prospettiva: dall’altra parte alcune ragazze arabe che mi salutano e mi regalano dei bei sorrisi.
La parte più impegnativa è la passeggiata per le stradine strette e piene di botteghe della città vecchia. Come sempre accade, attiriamo subito l’attenzione dei ragazzini che sono anche piccoli imprenditori e venditori. Uno di questo, si “offre” come guida e ci lasciamo raccontare della città. Moltissimi negozi sono chiusi ma ciò non impedisce ai palestinesi di chiacchierare lungo le strade e ti pipparsi un narghilè. Ci dicono che l’esercito israeliano ha di fatto isolato la città e tutto deve passare attraverso le sue maglie ed è difficile non crederci. Vediamo le vie con le reti, vediamo da sotto i cecchini ma tutto è tranquillo, del resto questa è la loro realtà.

Veniamo sollecitati a salire su un tetto di una lavanderia palestinese, dove lungo le scale una bimba tutta spettinata ci fa le boccacce. Il tetto è un ottimo punto di osservazione sia per noi turisti e ragazzini che per il militare israeliano nella sua garitta, che schizza fuori col fucile in bella mostra. Restiamo un po’ ad ascoltare i racconti della piccola guida ma io tengo anche d’occhio il giovane col fucile che si è piazzato a pochi metri da noi e, nonostante non abbia un aspetto troppo minaccioso, è una figura un po’ angosciante. Con la scusa di fare una foto al gruppo, riesco parzialmente ad immortalarlo.



Tornati sulla strada e pagato pegno al giovane accompagnatore, ci avviamo lungo una strada che infine sbocca su una piazza con dei negozi. In lontananza si sente un uomo che bercia dentro un megafono ma non ci facciamo molto caso, sembra un comizio. Nella piazza un edificio è stato trasformato in qualcosa di militare perchè sotto ci sono normalissimi portici (con negozi requisiti e chiusi), ma sopra è pieno di torrette, filo spinato e drappi mimetici.
Mentre siamo lì a guardarci intorno ed a parlare con un palestinese, sentiamo “CLANC” e da una grossa porta di ferro escono 5 o 6 militari con i fucili spianati ed in formazione che suppongo di perlustrazione che, tutti compatti e vicini, si dirigono con circospezione verso il luogo da dove arrivano le parole amplificate dal megafono. Tutti li guardano e non battono ciglio, bambini compresi. TERRIBILE. Sono rimasto come un salame e con la bocca aperta ed a quel punto abbiamo deciso di tornare al nostro pullman.
Per passare dalla parte palestinese a quella ebraica si deve PER FORZA passare uno alla volta attraverso dei passaggi (o gabbie) controllati dai soldati, uno a qualche metro dentro una specie di torretta col fucile puntato, l’altro proprio davanti all’uscita rinchiuso dentro una sorta di fortino blindato che deduco serva a ripararlo in caso di esplosione (kamikaze?).
Siccome ero il primo della fila e non avevo proprio l’aspetto di un turista, il cecchino mi ha fatto alzare le mani e mi ha chiesto di tirare su il maglione, poi quando ha visto sopraggiungere gli altri (più turisti di me) ha capito che eravamo foresti e ci ha fatto passare, controllando però il mio passaporto e ponendomi una domanda assurda: “Are you christian?” ma non riferendosi al mio nome, bensì alla mia fede.... ma è così importante?

martedì 12 gennaio 2010

Le mura e le porte




Quando finalmente il tuo lungo viaggio ti porta a Gerusalemme, la prima cosa che ti colpisce e ti rimane impresso nella memoria sono le bianche e possenti mura che subito ti comunicano l’importanza del luogo che ti accingi a visitare.
Come forti braccia, le lunghe mura volute da Solimano il Magnifico nel XIV secolo proteggono i tesori più preziosi della città santa ed è possibile attraversarle solo attraverso otto delle nove porte: la porta di Damasco con il suo brulichio di mercanti e il quartiere vivace tutto intorno; la porta di Erode che conduce nel quartiere musulmano; la porta di Santo Stefano vicino cui fu ucciso il primo martire della cristianità e che conduce al Monte degli Ulivi; la porta d’oro di cui parlerò tra poco; la porta del letame, unico passaggio che consente ai non musulmani di accedere al Monte del Tempio; la porta di Sion che vide feroci ed aspre battaglie durante la prima guerra arabo-israeliana del 1948; la porta di Giaffa con il mio albergo proprio davanti :D; la porta nuova, discreta e piccina, la porta più moderna aperta alla fine del XIX secolo.
Con una cifra irrisoria, è possibile fare una meravigliosa e panoramica (e vertiginosa) passeggiata sopra i bastioni, godendosi in tutta tranquillità la città vecchia da un altro punto di osservazione, sbirciando dentro case e cortili altrimenti inaccessibili. La camminata consente di vedere le grandi differenze (urbanistiche e di vita) dei diversi quartieri: rumoroso, vivace e zeppo di allegri bambini quello musulmano, inaccessibile quello armeno, altero quello ebraico, quieto quello cristiano.

La porta d’oro richiede un commento a parte perchè è l’unica che consentirebbe l’accesso diretto all’Haram ash-Sharif e attraverso cui gli ebrei credono passerà il Messia quando entrerà nella città e per impedirlo i musulmani decisero di chiuderla per sempre. Qualcuno pensa che nel VII secolo i musulmani, invece, la chiusero per sbarrare il passaggio ai non musulmani in modo da non permettere loro di accedere alla spianata sacra delle moschee. Altre fonti dicono che Gesù passò proprio attraverso questo varco accolto dallo sventolio delle palme degli abitanti di Gerusalemme.
Oggi si erge un po’ desolata, sopra un cimitero musulmano e fada supporto a qualche telecamera di video sorveglianza... forse una porta che si chiama Golden Gate meriterebbe un trattamento più dignitoso...

lunedì 11 gennaio 2010

Haram ash-Sharif – Monte del Tempio



-- Breve storia del Monte --
Tutto ebbe inizio con una grande lastra di roccia che sporgeva del Monte Moriah. Secondo la tradizione ebraica, questa roccia era la pietra su cui fu fondato il mondo (urka!). il Talmud racconta che qui Dio raccolse la terra utilizzata per creare Adamo, e che qui Adamo, Caino, Abele e Noè compivano sacrifici rituali. Il più famoso tra questi eventi fu quello in cui Abramo arrivo quasi a sacrificare il figlio Isacco per dimostrare la propria fede a Dio, poi però intervenne un angelo e a restarci secco fu un ariete.
Essendo questo un luogo sacro, fu qui che Salomone fece erigere il Primo Tempio dentro cui venne posta l’Arca dell’Alleanza (papparappaaaa papapaaaaa, papparapppaaaaa papapaaapaaaapà...). Poi arrivvò Nabucodonosor nel 586 a.C., re di Babilonia, e asfaltò il Tempio. Ma gli ebrei, personaggi tenaci, ci riprovarono nel 515 a.C. costruendo il Secondo Tempio ed Erode fece costruire un muro intorno al monte e poi riempito di detriti realizzando un’immensa spianata che è possibile vedere ancora oggi (il Muro del Pianto è una parte di queste mura erodiane).
Poi però arrivarono i romanacci che nel 70 d.C. fecero una nuova piazza pulita e cacciarono gli ebrei...
Anche i romani però sentivano un’affinità spirituale con questo luogo e vi fecero erigere un tempio dedicato a Giove che poi divenne una chiesa cristiana.
Ma veniamo ai musulmani.
Nel VII secolo, il buon Maometto annunciò ai suoi concittadini de La Mecca di aver compiuto nell’arco di una sola notte un viaggio a Gerusalemme, guidando altri profeti in preghiera al Monte del Tempio. A questo viaggio notturno, chiamato isra, segu’ l’ascesa di Maometto al cielo (miraj), e il profeta raggiunse infine Allah. Il viaggio di Maometto suggellò definitivamente l’importanza di questo luogo per i musulmani: oggi questo è il terzo luogo sacro dell’Islam dopo La Mecca e Medina.
-- Fine della breve storia del Monte che, come avrete capito non è farina della mia saccoccia --


Come è facile arguire, il controllo e la gestione del Monte sono fonte di lotte e scontri anche violenti tra ebrei e musulmani. Qualcuno di voi che legge ricorderà forse che una passeggiata di Sharon sulla Spianata delle Moschee nel 2000 fece esplodere la rabbia dei palestinesi che diedero il via alla seconda intifada...

La mia visita al Monte del Tempio a differenza di quella di Sharon ha provocato i sonori berci di un custode che ha sbattuto fuori tutti i turisti senza troppi complimenti (spalleggiato da altri personaggi). Ma faccio un salto a due ore e mezza prima...

Per accedere alla Spianata delle Moschee e finalmente toccare la Cupola della Roccia, i non musulmani possono passare solo attraverso una porta, la Porta del Letame (Bab al-Maghariba), mentre per uscire si può passare da una delle nove porte di accesso. Per motivi di orario e di giorni di apertura, si può immaginare la ressa di turisti che affollano l’unico passaggio, di metal detector munito e di servizio (ferreo) di sicurezza fornito.

Una volta che di intravede la meta, però, non si ha la certezza di passare! Se hai qualcosa che alla sicurezza non piace, ti “rimbalza” senza troppi complimenti. Non avrei mai immaginato di veder mandare via una coppia di italiani che avevano DENTRO lo zaino una copia della Bibbia, testo non gradito al servizio di sicurezza ISREALIANO.
Altro errore di valutazione: dopo essere entrati eravamo convinti che una volta dentro si potesse serenamente bighellonare anche per ore, scioccamente convinti che l’orario di chiusura (le 11 del mattino) riguardasse solo l’accesso.... è qui che, alle 1020, compare il musulmano isterico che inizia a gridare “get out! GET OUT !!!”. Come “get out” ????? dopo nemmeno 15’ che eravamo dentro!?!?!?!
Come tutti, mi sono fatto rapire (come una gazza) dal luccichio della Cupola della Roccia (dove è custodita la roccia sacra in cui però non si può entrare) relegando il resto del complesso ad una successiva esplorazione. L’inattesa cacciata non prevista e assai seccante (mettere dei cartelli all’entrata, no???) non mi ha permesso di visitare la moschea Al-Aqsa, il Trono di Salomone e tutte le altre belle attrattive... mi sono un po’ girate le palle, ma mi considero fortunato di aver potuto toccare le meravigliose maioliche policrome e di aver potuto, anche se per pochi minuti, ammirare così da vicino quest’opera d’arte sublime e straordinaria.

Foto

Nonostante la passione per la fotografia, non sono uno che "scatta" molto... dopo il crash test (con ottimi risultati) della reflex in Rajasthan l'anno scorso, ho scoperto il piacere di osservare i luoghi, tentare di capirli e poi regalarmi qualche scatto fotografico per ricordo.
Prima di questo nuovo approccio, c'era l'irrefrenabile frenesia di fotografare fotografare fotografare e osservare le cose, i luoghi, le persone esclusivamente attraverso il mirino fotografico, inscatolare più cose possibili senza assaporare il gusto della contemplazione e della riflessione.
Vabbè, comunque nonostante questa "toeletta di saggezza" :D alla fine ho portato a casa 500 scatti.... un po' li trovi qui

domenica 10 gennaio 2010

Il Muro del Pianto (Muro Occidentale)



Luogo più sacro degli ebrei, questa enorme parete è il centro del culto ebraico e nei miei giri per Israele ho scoperto che molti ebrei si orientano verso il Muro durante le loro preghiere, proprio come fanno i musulmani con La Mecca.
La prima volta che ho gironzolato nei pressi del muro, a cui è possibile arrivare solo passando attraverso il metal detector e l’ispezione dei militari, mi ha colpito il clima rilassato e conviviale con cui gli ebrei si comportavano: quando io entro in una chiesa, anche se non sono credente, assumo un atteggiamento rispettoso e mi astengo dal chiacchierare o telefonare come invece ho visto fare a moltissimi ebrei comodamente seduti davanti al muro.
Essendo di fatto un’enorme sinagoga, la piazza su cui si affaccia il muro è per ¾ riservata agli uomini e il restante spazio per le donne. Anche qui due atteggiamenti diversi: gli uomini cantano, si muovono curiosamente come se fossero in trance, dall’altra parte (dove però non sono potuto entrare) tutto è molto più raccolto e pacifico.

Sebbene li abbia notati di sfuggita all’inizio del viaggio, ho finalmente potuto osservare da vicino i paramenti che indossano i fedeli che si raccolgono in preghiera ed ho potuto chiedere spiegazioni: legano una piccola scatola nera divisa internamente in scomparti contenenti brani della Torah alla testa e ciò serve per la ragione; una scatola di fattezze analoghe viene legata al braccio “debole” in modo tale che sia posta all’altezza del cuore e ciò per rappresentare lo spirito, infine una lunga cinghia di cuoio è stretta intorno al braccio “debole” (quello che non viene utilizzato normalmente, quindi il sinistro per un destrorso e viceversa) per rappresentare la forza. Così agghindati pregano rivolti al muro del pianto muovendosi nel caratteristico modo avanti ed indietro. Ho notato che non tutti gli ebrei, però, usano questi ornamenti per la preghiera e non ne conosco il motivo.
Accanto al muro del pianto c’è una sala a cui è possibile accedere solo se si è maschi, perchè un tempo usato dai sacerdoti per accedere al tempio; entrandovi è possibile avere un’idea del fervore mistico degli ebrei, soprattutto quelli più ortodossi: moltissimi cantano e si agitano in maniera bizzarra e poco armonica... magari faccio male a scriverlo, ma mi ricordavano moltissimo le movenze di certe persone con handicap mentale che si muovono ossessivamente sempre nello stesso modo.
Facciamo un po’ di storia del muro.
Nato come muro di contenimento della spianata dove sorgeva il secondo tempio (il primo fu costruito da Salomone, figlio di David, nel 950 a.C. per custodire l’Arca con i 10 comandamenti e che fu distrutto nel 586 a.C. da Nabucodonosor il quale costrinse all’esilio gli ebrei), nel 70 d.C. i romani distrussero il tempio e costrinsero gli ebrei ad un ennesimo esilio. Avendo perso la cognizione di dove sorgeva il tempio, al loro ritorno a Gerusalemme gli ebrei evitarono intenzionalmente di calpestare la spianata per il pericolo di calpestare il punto più sacro di tutti, la Sancta Sanctorum del tempio, al quale potevano accedere solo i grandi sacerdoti. Presero allora a raccogliersi in preghiera presso il muro esterno che, a detta dei testi rabbinici, non veniva mai abbandonato dalla presenza divina.

La sua importanza come meta di pellegrinaggio ebbe inizio durante il periodo ottomano, quando gli ebrei venivano qui a piangere la perdita di ciò che ritenevano il luogo più sacro della loro religione, da qui il nome Muro del Pianto.

Avvicinandosi al muro è possibile scorgere nei suoi interstizi migliaia di bigliettini tenacemente incastrati: secondo una diffusa credenza, le preghiere inserite nel muro saranno esaudite.


Ben altro clima si respira durante lo Sabbath. La piazza si affolla all’inverosimile di ebrei vestiti a festa, il livello di guardia dell’esercito diventa elevato, è impossibile bighellonare intorno al muro e se provi a fare delle foto c’è subito pronto qualcuno che ti prende per un orecchio.
Il fiume di gente che dal quartiere ebraico fluisce verso la piazza prospiciente il muro è veramente impressionante: tutto si chiude e il muro diventa il centro del mondo... infatti, sia i musulmani che gli ebrei considerano questo fazzoletto di terra il centro dell’universo.