Se non fosse per la militarizzazione della città e la possibilità concreta di vedere la politica repressiva (e forse paranoica) dell’esercito israeliano, Hebron in sé non suscita particolari entusiasmi.
Fin dall’inizio del viaggio in Israele, lo spettro della visita a questa città ha suscitato inquietudine nel nostro tour leader (il maestrino con la borsa rossa): arrivare con un pulmino con targa gialla (israeliana) e dover trasbordare su taxi con targa verde (palestinese) per limitare la possibilità di essere bersagli di sassaiole (se non peggio), avrebbe un po’ inquietato anche me. Ammetto di essere stato scettico fin dall’inizio, pensando che questa politica allarmistica avrebbe aumentato il livello di “avventura” per nostra occidentale soddisfazione; invece, Hebron è realmente una città zeppa di militari armati, garitte, torrette con soldati e fucili, tetti pieni di cecchini che, fortunatamente, il giorno della nostra visita gironzolavano sornioni senza considerarci molto.
Ora vi spiego il perché di questa situazione e proprio qui.
Dimenticavo di dire che Hebron sorge nel West Bank, ovvero in Cisgiordania e quindi in territori palestinesi.
Ufficialmente, la città è palestinese ma esiste un luogo che è sacro ad entrambe le comunità e pure ai cristiani: parlo delle Moschea di Ibrahimi o Grotta di Macpela, luogo che ospita le tombe di Adamo, Eva, Abramo, Isacco, Giacobbe e delle rispettive mogli.
La presenza delle Tombe dei Patriarchi e su chi dovesse vegliarle fin dal 1948 ha contrapposto duramente musulmani ed ebrei, spingendo anche dei fanatici a compiere azioni orribili, come fece Goldstein, ebreo di origine americana, che nel 1994 appena varcate le porte della Moschea di Ibrahimi aprì il fuoco sui musulmani inginocchiati in preghiera che gli volgevano la schiena e uccise 29 persone.
Per non peggiorare la situazione, i coloni ebrei che si sono stabiliti illegalmente nella città di Hebron (nonostante fosse stata costruita un’apposita colonia fuori della città) sono radicali ultraortodossi che sistematicamente provocano la popolazione araba gettando addirittura la loro spazzatura sopra le vie dei mercati arabi facendo schizzare ogni volta la tensione alle stelle. Il governo Israeliano, avendo tacitamente accettato la presenza in Hebron di questi ebrei radicali ha trovato alcune semplici soluzioni per tranquillizzare la situazione: 6 militari armati come terminator per ogni colono e reti metalliche sopra le vie arabe per impedire che la “rumenta” colpisca qualcuno sulla testa. La città è fisicamente separata in parte ebraica e parte palestinese ed i punti di passaggio sono presidiati come se ci fosse la guerra e le zone confinanti sono state o spianate coi bulldozer e adornate con filo spinato, oppure ci hanno piazzato cecchini col fucile senza la sicura inserita.
Ma entriamo un attimo nella moschea, iniziando dalla parte musulmana, dove per accedere bisogna socializzare con un metal detector e sopportare i modi rudi e sgarbati del soldato israeliano che ti infila le mani dappertutto.
(per le donne è obbligatorio indossare una specie di saio)
All’interno mi colpisce la tranquillità e la quiete: qualcuno legge seduto sui tappeti, altri chiacchierano e sono un po’ stupito perchè basta voltarsi per vedere l’ombra che si allunga sul pavimento del militare all’ingresso. Da alcune finestre è possibile vedere i cenotafi dei patriarchi e se ci si contorce un po’ col collo è possibile scorgere anche la sinagoga a pochi metri, anche lei provvista di una finestra per vedere LA STESSA TOMBA.
Quella di Abramo mi colpisce particolarmente, perchè accanto alla tomba è stato montato un vetro antiproiettili...... guarda un po’ la foto...
(Cenotafio di Abramo visto dalla moschea a sinistra e dalla sinagoga a destra)
In realtà, le vere tombe di Abramo e Sara, del figlio Isacco e Giacobbe sono nella grotta sottostante a cui è possibile accedere attraverso un piccolo passaggio; secondo la tradizione, Abramo acquistò questa grotta quando Dio gli rivelò che vi erano sepolti Adamo ed Eva.... mah....
Passiamo alla parte ebraica della moschea che non riserva alcuna sorpresa e non è severamente controllata come quella musulmana. É piccola, si capisce che è un ambiente un po’ improvvisato, alcune stanze sono riempite con mobilio su cui svetta la stella di David, ma alle cui pareti sono affrescati versi del Corano. Vado a vedere la tomba di Abramo per vedere il vetro antiproiettili da un’altra prospettiva: dall’altra parte alcune ragazze arabe che mi salutano e mi regalano dei bei sorrisi.
La parte più impegnativa è la passeggiata per le stradine strette e piene di botteghe della città vecchia. Come sempre accade, attiriamo subito l’attenzione dei ragazzini che sono anche piccoli imprenditori e venditori. Uno di questo, si “offre” come guida e ci lasciamo raccontare della città. Moltissimi negozi sono chiusi ma ciò non impedisce ai palestinesi di chiacchierare lungo le strade e ti pipparsi un narghilè. Ci dicono che l’esercito israeliano ha di fatto isolato la città e tutto deve passare attraverso le sue maglie ed è difficile non crederci. Vediamo le vie con le reti, vediamo da sotto i cecchini ma tutto è tranquillo, del resto questa è la loro realtà.
Veniamo sollecitati a salire su un tetto di una lavanderia palestinese, dove lungo le scale una bimba tutta spettinata ci fa le boccacce. Il tetto è un ottimo punto di osservazione sia per noi turisti e ragazzini che per il militare israeliano nella sua garitta, che schizza fuori col fucile in bella mostra. Restiamo un po’ ad ascoltare i racconti della piccola guida ma io tengo anche d’occhio il giovane col fucile che si è piazzato a pochi metri da noi e, nonostante non abbia un aspetto troppo minaccioso, è una figura un po’ angosciante. Con la scusa di fare una foto al gruppo, riesco parzialmente ad immortalarlo.
Tornati sulla strada e pagato pegno al giovane accompagnatore, ci avviamo lungo una strada che infine sbocca su una piazza con dei negozi. In lontananza si sente un uomo che bercia dentro un megafono ma non ci facciamo molto caso, sembra un comizio. Nella piazza un edificio è stato trasformato in qualcosa di militare perchè sotto ci sono normalissimi portici (con negozi requisiti e chiusi), ma sopra è pieno di torrette, filo spinato e drappi mimetici.
Mentre siamo lì a guardarci intorno ed a parlare con un palestinese, sentiamo “CLANC” e da una grossa porta di ferro escono 5 o 6 militari con i fucili spianati ed in formazione che suppongo di perlustrazione che, tutti compatti e vicini, si dirigono con circospezione verso il luogo da dove arrivano le parole amplificate dal megafono. Tutti li guardano e non battono ciglio, bambini compresi. TERRIBILE. Sono rimasto come un salame e con la bocca aperta ed a quel punto abbiamo deciso di tornare al nostro pullman.
Per passare dalla parte palestinese a quella ebraica si deve PER FORZA passare uno alla volta attraverso dei passaggi (o gabbie) controllati dai soldati, uno a qualche metro dentro una specie di torretta col fucile puntato, l’altro proprio davanti all’uscita rinchiuso dentro una sorta di fortino blindato che deduco serva a ripararlo in caso di esplosione (kamikaze?).
Siccome ero il primo della fila e non avevo proprio l’aspetto di un turista, il cecchino mi ha fatto alzare le mani e mi ha chiesto di tirare su il maglione, poi quando ha visto sopraggiungere gli altri (più turisti di me) ha capito che eravamo foresti e ci ha fatto passare, controllando però il mio passaporto e ponendomi una domanda assurda: “Are you christian?” ma non riferendosi al mio nome, bensì alla mia fede.... ma è così importante?